lunedì 26 aprile 2021
domenica 25 aprile 2021
La vena verde di Alessio Arena (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)
«“La morte è la vergogna che avvelena la vita di chi resta”. Lo diceva mio padre, quando mi guardava scomparire nel materasso. E piangere, pensando alle opinioni dei signori.Chi muore, almeno, non deve più curarsene.Mi capita ancora di ripensare al soffitto della mia stanza in quella casa. Un intonaco bianco, con una vena verde. Amavo navigarla con gli occhi da una punta all’altra per ore e ore.Era il mio rifugio, il mio vantaggio su quel mondo tremendo di padri e padroni sovrapposti”»
Alessio Arena è nato a Palermo il 12 ottobre 1996. Nel 2018 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Palermo. Nel 2020, in anticipo di un anno accademico, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze storiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Dal 2018 conduce «La biblioteca di Babele», rubrica di lingua e cultura italiana trasmessa dalla Radio Nazionale argentina. Dal 2018 è collaboratore della sezione «lingua italiana» di Treccani. Dallo stesso anno è Ambasciatore del C. P. per il Club per l’Unesco di Matera attraverso il progetto «Distributori di Poesia». Dal 2019 è cultore di storia del costume presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Dal 2020 è cultore di letteratura e filosofia del teatro, di storia dello spettacolo e di storia del cinema e del video presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti a livello internazionale tra cui nel 2016 il I Premio Internazionale «Salvatore Quasimodo», nel 2018 il Premio «Virgilio Giordano», il Premio «Italia Giovane» a Roma e nel 2019 il Premio Internazionale della World Poetry Conference in India. Ha pubblicato, fino ad oggi, nove libri, tra cui cinque raccolte di poesie e due saggi. Alcune sue opere sono state tradotte in spagnolo e in arabo.
Postfazione di Fabrizio Catalano
In copertina opera di Mattia Pirandello
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sabato 24 aprile 2021
Case Sepolte di Pietro Romano (i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)
Le “case sepolte” di Pietro Romano sono quelle che abitiamo, ma, soprattutto, quelle che ci abitano. Questa sua raccolta, profonda, struggente e a momenti terribile, è una delle più avvincenti che ultimamente abbia letto. (dalla Prefazione di Gian Ruggero Manzoni)
Buona parte della scrittura di Pietro Romano è un susseguirsi ossessivo di domande alla ricerca di un impossibile incontro con sé stesso, che resta in una sorta di nonluogo e nontempo, tra l'atto del vivere morendo e del morire vivendo (Dalla post – fazione di Franca Alaimo)
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venerdì 23 aprile 2021
giovedì 22 aprile 2021
Decameron 57: The Dual Nature of Silence di Sàndor Halmosi ( I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)
Evidente che Halmosi ha fatto incetta delle avanguardie e ne ha vissuto le apoteosi, le intemperanze e gli sfilacciamenti, anche se adesso ha stemperato le sue esigenze di enigmi affidati interamente alla parola ed è entrato in uno spazio aperto, tutto personale, in cui le immagini hanno bisogno di trovare essenze irrorate di analogie non più snaturanti, ma dense di ritmo e di calore, ricche di pathos, pronte a tradire la logica, anzi a dissuaderla dalla sua occupazione. Una bella svolta, ma il suo verso non ha perduto l’incandescenza primordiale, la capacità di captare il delirio delle sillabe, il desiderio della parola di diventare mondo assoluto. Naturalmente il “maledettismo” gli è rimasto dentro; le abbuffate di Gregory Corso, di Ferlinghetti, di Bukowski ancora cercano la digestione per stemperarsi e costringere le immagini a trovare un assetto loquace fuori dalla improvvisazione, altrimenti come spiegare l’accanito citazionismo che va da Eliot a Rimbaud, da Verlaine a Suskind, da Voltaire e Joszef Attila a Bulgakov, ad Andersen, ai Grimm, a Pessoa? Tuttavia Halmosi riesce a trovare una sua voce che si fa strada fuori dal coro, “Attraverso la tenerezza del corpo. / Come tessuto dello spirito”, perché “Il diavolo non dorme. / Non può”. Non solo, come ogni diavolo si diverte a invertire la rotta dei significati, a squarciare i nessi, a scomporre la sintassi e a rompere la linearità d’ogni discorso, in modo da rendere la realtà un cerchio infernale nel quale scorgere la sintesi della vita, della morte e dell’amore. Si avverte, sotto la filigrana espressiva, che il poeta ha una sana tendenza al lirismo e che però lo ha subito come una peste da cui bisogna allontanarsi e perciò è necessario rompere gli schemi, tralasciare “i concetti barocchi”, immergersi nel caos linguistico facendo divergere ogni possibilità di accordi. Come a dire che tutto deve andare a finire al macero da cui poi pescare lacerti, bagliori, cenere di un incanto perduto e che non bisogna sospirare, perché la salvezza deve essere un guadagno che arriva dalla distruzione. (dalla prefazione di Dante Maffia)
In copertina opera di Paola Scialpi
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